Due uomini forti, due visioni opposte. A Formello è sceso il gelo. La Lazio vive un braccio di ferro silenzioso: pragmatismo contro ambizione, conti contro campo, pazienza contro orgoglio.
Tre anni fa sembrava un patto di ferro. Maurizio Sarri chiudeva la sua seconda stagione al secondo posto. Un traguardo che la Lazio non vedeva dai tempi d’oro di fine anni ’90, quando lo scudetto era realtà e l’Olimpico ruggiva ogni settimana. Claudio Lotito lodava il lavoro del tecnico. Sarri sentiva di aver trovato il suo posto. La trama, però, comincia a sfilacciarsi proprio lì.

Dopo quel picco, Sarri immagina il salto finale. Pensa a profili pronti: un esterno alla Berardi, un centrocampista come Zielinski o Frattesi per tenere alta la quota tecnica, soprattutto dopo l’addio di Milinkovic-Savic. Arrivano altri nomi: Castellanos, Isaksen, Guendouzi, Kamada. Scelte rispettabili, ma non il menù sognato dal tecnico.
La società insiste: budget e sostenibilità prima di tutto. Il campo risponde con alti e bassi. A marzo, tra malumori e problemi personali, Sarri lascia. Si dimette. Rinuncia a un anno di contratto. Sembra finita.
Il ritorno di Sarri e il mercato bloccato
Poi il colpo di scena. Dopo il suo anno sabbatico e la parentesi con Baroni, Sarri rientra. Firma un triennale. Sorrisi, pacche sulle spalle, linguaggio del corpo positivo. Ma il primo colpo arriva a freddo: mercato “bloccato”. La società lo sa già quando il tecnico firma. Lui tira dritto, mette in cassaforte dubbi e frustrazioni, punta a un’Europa che non è utopia.
Gennaio apre un fronte inatteso. Le uscite pesano: si muovono le cessioni di Castellanos e Guendouzi. Si lavora su Mandas. Il caso Romagnoli si complica dopo i contatti con l’Al Sadd. Entrano due profili da costruire: Ratkov e Taylor. Alcune operazioni sono in evoluzione e non tutte sono ufficiali al momento. La frattura s’allarga. Lotito scandisce: il mercato lo guida la società. Sarri replica: allenerò chi mi metterete a disposizione. E la guerra fredda prende forma in pubblico.
Qui c’è il cuore del conflitto. Da un lato, l’allenatore chiede tre innesti pronti per alzare il livello. Dall’altro, il club difende l’equilibrio di bilancio, l’indice di liquidità, il perimetro del Fair Play finanziario. Sono priorità legittime. Ma la squadra, nel mezzo, chiede certezze: ruoli chiave coperti, gerarchie chiare, tempi d’inserimento compatibili con una volata europea.
Gli scenari: esonero o addio a fine stagione?
Oggi il quadro è chiaro. Un esonero immediato costerebbe alla società e romperebbe definitivamente l’equilibrio interno. Le dimissioni ora brucerebbero il progetto di Sarri e lo esporrebbero a un vuoto sportivo. Il tecnico ha ribadito di restare fino a giugno. Non ci sono comunicati che indichino strappi imminenti. Si va avanti “da separati in casa”, con un patto implicito: mettere la squadra davanti a tutto.
E poi? A fine stagione il “divorzio” sembra lo sbocco più probabile, salvo ribaltoni. Una qualificazione europea convincente potrebbe rimescolare le carte; un tracollo potrebbe anticipare i tempi. Al momento, però, non ci sono dati certi su clausole o penali che suggeriscano mosse lampo.





