Sabatini: “Lotito lo capisca, la Lazio è della gente! Sarri? Che rimpianto”

Voci, memorie e una chiamata al cuore della curva: Walter Sabatini torna a parlare della Lazio, tra affetto, frizioni e un rimpianto che punge

Walter Sabatini non gira intorno alle parole. La sua esperienza con la Lazio è stata intensa. “Mesi eroici”, dice. E si sente che non è una posa. L’ex ds ringrazia il presidente, lo definisce leale. Poi solleva il velo: il club oggi è in transizione. La squadra si esprime “timida”, poco “sarriana”. Il giudizio è netto, ma non cattivo. È il commento di chi conosce le crepe e sa dove puntellarle.

Walter Sabatini
Sabatini: “Lotito lo capisca, la Lazio è della gente! Sarri? Che rimpianto” (AnsaFoto) – lalazio.com

Un passaggio colpisce. Sabatini si fida di Maurizio Sarri. Lo considera un allenatore serio, ossessivo nel lavoro. Il problema non è solo la qualità dei singoli. Serve un mercato “prepotente” per risalire il livello. Non è una formula magica: è una strategia. La Lazio è tornata in Champions nel 2020 e nel 2023, segno che l’asticella si può rialzare. Con scelte giuste, tempi rapidi, idee chiare.

Identità, pubblico, responsabilità

Qui arriva il punto. Sabatini parla del presidente Lotito. Lo definisce capace nelle grandi imprese, ma incline a sbagliare le piccole. Poi il messaggio che vibra: “La Lazio è della gente”. I club appartengono ai tifosi, almeno emotivamente. Non è retorica. L’Olimpico pieno cambia l’aria della partita. Chiunque abbia visto una curva in spinta lo sa. “Immaginate il Liverpool senza pubblico?” domanda Sabatini. È un’immagine che non lascia scampo.

Inclusione dei tifosi, dunque. Ed equilibrio. Lotito guida il club dal 2004, ha salvato i conti e protetto il perimetro. Ma nel calcio le “piccole cose” – un abbonamento, una comunicazione, un gesto – spesso sono grandi. Rendono una società più umana, più credibile, più vicina. È qui che si gioca una parte della stagione.

Mercato, rimpianti e nomi propri

Sabatini si prende anche il suo carico di rimpianti. “Sarri è il mio grande rammarico”, confessa. Ai tempi di Arezzo non lo prese. Stessa ferita per Bielsa. Gli uomini di campo, a volte, li senti o li perdi. È il bello e il dramma del mestiere.

Poi i nomi. Alla Lazio spinse per Kolarov: fu un colpo che cambiò fascia e carattere. Su Muslera è onesto: talento enorme, ma in biancoceleste era troppo giovane. Con Zárate non ebbe dubbi: “Prendetelo”. E quel giorno dei “nove acquisti” lo rivendica con orgoglio: “Com’è stato possibile? Lavorando”. Qui entra la sua idea di calcio: il player trading non è una teoria, è la salvezza dei club che non possono spendere come gli altri.

C’è spazio anche per Maldini (Daniel): qualità evidente, identità tecnica ancora in costruzione. È una lettura equilibrata, che guarda al potenziale senza sconti. Su Taylor l’indizio è l’Ajax: “Se fai più di 150 partite lì, sei forte”. Nota metodologica: il conteggio esatto delle presenze non è univocamente confermato, ma il senso resta chiaro. Veniamo a una realtà competitiva diversa, si deve trovare ritmo e impatto da vero centrocampista.

Tra battute e spine, Sabatini consegna un’agenda semplice: proteggere il lavoro di un grande allenatore, ricucire con il pubblico, muoversi sul mercato con coraggio e timing. Il resto lo fa il campo. E allora: quando la Lazio tornerà a giocare come se l’Olimpico fosse il suo respiro? La risposta, forse, è già nel rumore di una tribuna che aspetta solo di alzarsi in piedi.

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