Una mattina qualsiasi al Flaminio: il cemento di Pier Luigi Nervi respira ancora, i pini si piegano sul viale, le porte chiuse raccontano una promessa. Ora quella promessa prende forma, con carte depositate e numeri precisi.
La Lazio ha scoperto le proprie carte. Con il deposito ufficiale in Campidoglio, l’iter per la riqualificazione dello Stadio Flaminio entra nel merito. Non più un sogno a margine, ma un piano con cornici chiare: diritti di superficie in ordine, progetto firmato da Marco Casamonti, tutela dell’identità immaginata da Pier Luigi Nervi.
Qui la notizia non è solo sportiva. È urbana, culturale, persino emotiva. Il nuovo stadio della Lazio nasce per stare aperto tutto l’anno. Per accogliere famiglie, scuole, quartiere. Per unire partite e attività quotidiane, con spazi misti e servizi che abbassano le barriere, non le alzano.
I conti sono scritti nero su bianco. L’investimento complessivo vale 393,81 milioni di euro netti. Sale a 480,18 milioni con IVA inclusa. È la base finanziaria aggiornata dopo l’ok ai diritti di superficie.
La voce maggiore riguarda le opere strutturali: 115,9 milioni lordi. Subito dietro gli impianti e gli adeguamenti agli standard attuali di sicurezza, comfort e sostenibilità ambientale: 82,96 milioni. Il capitolo più “cittadino” è il restauro e le strutture non sportive: 94,18 milioni, pensati per rendere l’impianto multifunzionale e accessibile, senza snaturare l’architettura originale.
Ci sono poi le fondamenta del progetto, in senso letterale: 40 milioni per le fondazioni. E un pacchetto “zero retorica” da circa 16 milioni per attività preliminari: progettazione, indagini tecniche, geognostiche e sismiche. Niente titoli, solo lavoro che rende possibile il resto.
La città entra in partita con 54,9 milioni destinati all’urbanizzazione: parcheggi, piste ciclabili, spazi pubblici. Dentro il perimetro economico rientrano anche oneri di urbanizzazione secondaria, demolizioni mirate, sicurezza in cantiere, arredi, campi da gioco e imposte. La griglia è dettagliata, come chiedono i cantieri seri.
Se vi state chiedendo quando si parte, vale una precisazione onesta: i passaggi amministrativi sono avviati, ma i tempi di cantiere non sono ancora comunicati in modo ufficiale. Meglio un cronoprogramma credibile che un calendario da manifesto.
Un impianto che vive tutti i giorni
L’idea forte è questa: uno stadio che funziona anche senza pallone. Spazi per eventi, educazione, attività di quartiere. Servizi che rendono il Flaminio un luogo di incontro, non un monumento chiuso a chiave. La tutela dell’anima di Nervi resta un faro. La struttura non verrà travestita: verrà curata, ripensata, resa contemporanea.
Il quartiere, già ricco di cultura e sport, guadagna connessioni morbide. Più bici, soste ordinate, percorsi chiari. Meno frizione, più convivenza. È qui che la sostenibilità smette di essere una parola d’ordine e diventa pratica quotidiana.
Alla fine, resta un’immagine: il cancello che si apre, il rumore secco dei passi sul cemento, la curva che prende voce. Che città diventa una città, quando si dà luoghi così? Forse la risposta non sta in un numero, ma nel tempo che ci passeremo dentro. E in come ci torneremo, la domenica e gli altri sei giorni.
