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Gravina sul caos arbitri: “Valutiamo di chiudere Oper VAR”

Al Premio Bearzot, Gabriele Gravina sceglie toni calmi per parlare del tema più rovente del nostro calcio: gli arbitri, la fiducia, la tecnologia 

Al Premio Bearzot, il presidente della FIGC, Gabriele Gravina, ha messo in chiaro una cosa: servono meno rumore e più lucidità. Ha difeso gli arbitri.

Gravina sul caos arbitri: “Valutiamo di chiudere Oper VAR” (ansafoto) – lalazio.com

Ha parlato di collaborazione con l’AIA. Ha ricordato un fatto semplice: l’errore a zero non esiste. Non nel calcio italiano, non in nessun campionato. Oggi, ha detto, gli errori arbitrali si concentrano in “1-2 episodi ogni weekend”. Anni fa erano “10-15”. Un passo avanti c’è, e si vede.

Il punto non è la perfezione. Il punto è il clima. “Insopportabile”, lo definisce. E qui il discorso cambia ritmo. Perché se a casa, davanti a tutte le riprese, non siamo mai d’accordo, forse non è solo una questione di tecnologia. È anche una questione di aspettative, di parole, di spazio mentale. Cosa vogliamo dal gioco quando chiediamo “certezza” in ogni contatto?

E poi arriva il passaggio che scuote la poltrona: si valuta il futuro di Open VAR. Non un fulmine, ma un segnale forte. Gravina propone un confronto con l’AIA sui pro e i contro. Non un processo, ma una verifica: la trasparenza sta aiutando davvero, o è diventata carburante per nuove polemiche?

Che cosa mette davvero in discussione Open VAR

Open VAR nasce con un’idea chiara: aprire la cabina, far ascoltare i dialoghi, spiegare i criteri. È un format che ha ampliato la conversazione pubblica. E l’ha anche surriscaldata. Le clip rimbalzano sui social in pochi minuti. Un frammento di audio, un inciso, un’esitazione: e la fiducia precipita. Il rischio c’è. La “massima disponibilità”, dice Gravina, finisce strumentalizzata.

Sul campo, intanto, la VAR ha cambiato il gioco. Dati internazionali indicano un tasso di decisioni corrette molto alto con l’ausilio video, vicino al 98%. In Serie A, le revisioni durano in media poco più di un minuto, a volte due. L’effetto pratico è noto: più rigori corretti, meno rossi sbagliati, offside millimetrici risolti. Eppure lo scontento cresce. Perché? Forse perché la promessa implicita del “vedere tutto” genera frustrazione quando resta una zona grigia.

Prendiamo due esempi comuni. Un tocco di mano con braccio aderente: per alcuni è fallo “sempre”, per altri “mai”. Un fuorigioco di spalla: corretto tecnicamente, odioso esteticamente. La tecnologia regge, l’emozione no. E lì si apre la crepa.

Chi guarda il calcio non chiede santini. Chiede coerenza, tempi chiari, parole comprensibili. Se l’obiettivo è “serenità”, come dice Gravina, allora il punto non è aprire o chiudere una porta. È scegliere quanto spazio lasciare al dubbio, senza che il dubbio divori il gioco.

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