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Messi Omaggia Baggio: La ’10’ dell’Argentina Passa al ‘Divin Codino’ dopo la Vittoria sui Svizzeri

Una notte di pallone che profuma di erba bagnata e nervi tesi, una “10” che passa di mano come una fiaccola accesa: tra la gioia di una vittoria e il silenzio di uno spogliatoio, il calcio si ricorda di essere memoria, gesto e riconoscenza.

Certe storie non hanno bisogno di effetti speciali. Bastano un numero e una schiena. La “10” accende immaginari, divide responsabilità, ricuce ere diverse. Con l’Argentina in festa dopo la vittoria sulla Svizzera, i riflettori cercano il protagonista. E lo trovano, come spesso accade, in Lionel Messi. Non c’è ridondanza in quel modo di stare in campo. C’è una misura. Un peso.

Le partite che restano non sempre sono finali. A volte è un ottavo deciso all’ultimo respiro, come nel 2014: 1-0 ai supplementari, firma di Ángel Di María su invito del “10”. Un graffio che racconta una nazionale capace di soffrire e di aspettare la giocata giusta. Lo scenario, comunque, è quello. Il contesto emotivo pure.

Qui entra in scena un’altra “10”. Quella del Divin Codino. Dire “Roberto Baggio” in Italia equivale a dire malinconia e bellezza nella stessa frase. Pallone d’Oro 1993, protagonista al Mondiale USA ’94, 27 gol in 56 presenze azzurre. La coda, il destro che disegna, l’idea che il calcio possa anche consolare.

Perché quel numero pesa così tanto

La “10” è un patto tra chi guarda e chi gioca. Promette invenzione. Pretende coraggio. In Argentina porta addosso ricordi pesanti: da Diego Maradona a Messi, il filo non si spezza. In Italia, con Baggio, ha cambiato il modo in cui pensiamo l’ultimo passaggio, la punizione corta, la finta corta-lunga. Metterle in dialogo non è nostalgia: è educazione sentimentale.

Ed eccolo, il punto che tutti aspettano. Dopo la vittoria sui svizzeri, circola l’immagine di un gesto semplice e quasi antico: la “10 dell’Argentina” che va, come omaggio, verso il Divin Codino. Una maglia vera, di sudore e cuciture, affidata come un grazie. Va detto con chiarezza: al momento non esiste un comunicato ufficiale che certifichi tempi e modalità dell’omaggio. Le testimonianze sono frammentarie e non tutte verificabili. Il senso, però, è leggibile anche senza il timbro: la Pulce che riconosce un maestro, il campione che si inchina a un altro campione.

Due “10” e un filo che attraversa le generazioni

Funziona così: in un bar di provincia qualcuno alza il volume. Ci sono ragazzi con la felpa della squadra dell’oratorio, padri che sanno a memoria un dribbling di Baggio a Bologna e un controllo di Messi a Barcellona. La palla gira, l’ansia pure. Poi arriva la giocata che sblocca tutto. E subito dopo, l’omaggio. Un passaggio ideale di testimone che non toglie nulla a nessuno, ma aggiunge significato a entrambi.

I numeri aiutano a rimettere i piedi per terra. Messi ha frantumato record, ha portato l’Argentina al tetto del mondo; Baggio ha tenuto l’Italia aggrappata al sogno quando serviva un lampo. Stili diversi, stessa grammatica: ricevere, guardare, scegliere. È qui che la “numero dieci” smette di essere un tessuto e diventa un mestiere.

C’è un motivo se certe maglie si incorniciano. Non per feticismo, ma per memoria collettiva. Una “10” donata non cancella nulla: riordina. Dice ai più giovani che la catena non si è spezzata. Che il talento non è solo istinto, è rispetto per chi è venuto prima.

Allora viene da chiedersi: quante volte, da domani, rivedremo quella scena in piccolo? Un ragazzo che leva la sua maglia dopo una partita di provincia e la posa sulle spalle del compagno più grande. Un gesto minuscolo, lo so. Ma il calcio, alla fine, vive proprio lì: in un pezzo di stoffa che diventa promessa. E in un numero che, ogni volta che cambia dorso, sembra dirci: adesso tocca a te.

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