Dodici anni senza Mondiali suonano come un silenzio. Un’eco che attraversa stadi e salotti, ferma il tempo e interroga il futuro: cosa stiamo perdendo, mentre aspettiamo di tornare a sentirci parte del mondo?
Il 24 giugno 2014 eravamo a Natal. Italia-Uruguay. Minuto 59, rosso a Marchisio. Poi il morso a Chiellini. Infine, l’incornata di Godín. 1-0. L’ultima partita ai Mondiali della nostra Nazionale. Da allora, li abbiamo visti da casa. Anche quando, nel 2021, l’Italia ha vinto l’Europeo, il vuoto non si è richiuso. C’è un’assenza che pesa sulle ossa del nostro calcio.
Cesare Prandelli, quel giorno in panchina, oggi lo dice netto: i giovani si perdono dopo l’Under 21. E l’idea che avanzò allora — una Nazionale Under 23 che giocasse in Serie C — fu stoppata dalla “politica del pallone”. Può sembrare una provocazione. In realtà tocca il cuore del problema: lo spazio tra talento e realtà, tra promettere e diventare.
Un vuoto che pesa ancora
Dodici anni fuori da due edizioni del Mondiale non sono una parentesi. Sono un ciclo saltato. Un’intera generazione ha perso la vetrina più dura e formativa. Le partite “da dentro o fuori”, gli ottavi con il mondo addosso, la gestione dell’errore in diretta planetaria. Non esistono dati certi sull’impatto economico complessivo della doppia assenza, ma gli effetti sportivi sono chiari: meno minuti giocati di alto livello per i nostri migliori, meno attrattività per il sistema, meno abitudine alla pressione.
Nel frattempo, le nostre giovanili hanno mandato segnali forti. L’Under 19 ha vinto l’Europeo 2023. L’Under 17 ha alzato il trofeo nel 2024. Il talento c’è, eccome. È il “ponte” che manca. Tra Primavera e Serie A spesso c’è una terra di mezzo inospitale: panchine lunghe, prestiti multipli, cambi di tecnico e sistema. E in Serie A, da anni, l’uso degli Under 21 è tra i più bassi dei grandi campionati europei: dato verificabile, non un’impressione.
Il piano Under 23 e il coraggio che manca
Qui rientra l’idea di Prandelli: una selezione federale Under 23 in Serie C. Un gruppo stabile, identità chiara, calendario vero. Non un torneo “vetrina”, ma un campionato con trasferte, campi complicati, duelli maturi. Una palestra d’urto. In Europa non è comune vedere una squadra federale nei professionisti, ma il principio — creare uno spazio competitivo tra giovanili e prima squadra — è pratica diffusa. In Spagna esistono le “B” come il Real Madrid Castilla o il Barça Atlètic. In Germania le seconde squadre giocano in 3. Liga o in Regionalliga. In Italia, le seconde squadre sono arrivate tardi e a fatica: la Juventus Next Gen dal 2018, poi l’Atalanta U23 e, più di recente, un progetto analogo varato dal Milan. Sono passi, non ancora un sistema.
La resistenza? È culturale e politica. Le società temono costi e retrocessioni incrociate. La FIGC media interessi spesso divergenti. Ma qualcosa va deciso. Non servono slogan, servono regole chiare: incentivi reali a chi schiera italiani Under 23 in gare che contano; staff tecnici formati per “rischiare” i ragazzi nei momenti chiave; un calendario che non penalizzi le seconde squadre; monitoraggi pubblici su sviluppo e impiego, stagione dopo stagione.
E poi c’è la parte umana, che è la più semplice e la più dura: fidarsi. Ricordo un ragazzo visto in una gara di C, maglia pesante, pioggia di gennaio. Era un 2003, perse tre palloni di fila. Al quarto tentò lo stesso dribbling, riuscì e cambiò la partita. Quel quarto tentativo, nel calcio italiano, spesso non arriva.
Fra un anno ricadrà l’anniversario di quel 24 giugno. Non ci interessa più rivedere l’immagine, la conosciamo a memoria. La domanda è un’altra, e riguarda tutti: quando il prossimo talento busserà, avremo il coraggio di aprire la porta al primo colpo? Perché il tempo, nel calcio italiano, passa uguale per tutti. Ma non tutti hanno le stesse occasioni per crescere.